Antonio Mancini

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Biografia breve di Antonio Mancini

Antonio Mancini (Roma 1852 - 1930) è stato un pittore italiano del XIX secolo. Nato ad Albano Laziale il 14 novembre 1852, morto a Roma il 28 dicembre 1930. Il padre, che faceva il sarto, gestiva nella nativa Narni anche una trattoria, dove gli avventori vedevano il piccolo Antonio disegnare continuamente con abilità e con passione, e a lui simpaticamente s'interessavano tanto da far decidere il padre a mandarlo a Napoli, per studiare in quèll'Istituto di Belle Arti dove esprimevano il loro magistero Filippo Palizzi e Domenico Morelli. A Napoli rimase nove anni, dal 1864 al 1873, e lavorò con tanta lena e tale perizia da conquistare rapidamente l'ammirazione dei compagni: Dalbono, De Nittis, Cammarano e Michetti. Mariano Fortuny si interessò al giovane pittore quando seppe da Domenico Morelli che un quadretto esposto da un antiquario napoletano, che egli non aveva resistito alla tentazione di comperare, era opera del Mancini. In quell'epoca Mancini, che conviveva con Vincenzo Gemito, dipinse soggetti di genere in alcuni dei quali risenti l'influsso dell'arte signorile e delicata di Gioacchino Toma. Queste opere giovanili sono del massimo interesse artistico, e rimarranno nel complesso della sua produzione come le fondamenta incrollabili della sua arte. Sono: La lettura; Il voto; L'ispirazione, tutte e tre nella raccolta di Giovanni Gussoni a Milano; Il violinista,; Dopo il duello; Lo scolaro; il pretino, collocato nel Museo San Martino di Napoli. Nel 1873 si recò a Parigi e dipinse per la Casa Goupil, finché il paesista olandese Mesdag lo fece lavorare solamente per sè assegnandogli un mensile e lasciandogli ampia libertà nelle scelte dei soggetti. Ma quella vita, sebbene tranquilla e non assillata dal bisogno, provocò nel Mancini una tristezza nostalgica ed un infiacchimento dei nervi che gli impedirono di lavorare. Volle tornare a Napoli per ritemprarsi in una casa di cura. Vi stette quattro anni e a poco a poco riprese a dipingere. Non 'si può díre che la sua mente, subisse uno stato vero e proprio di squilibrio: piuttosto, egli viveva assorto in una specie di incantamento contemplativo che si manifestava nella febbre continua del lavoro e nell'essere osservante della religione in tutte le pratiche del culto. Chi visse vicino a lui in qủel periodo narra così semplicemente della presunta pazzia del maestro: « Pittava e basta; nulla di strano. Se non che chiedeva colori e sempre colori. Noi non sapevamo chei suoi quadri valessero tanto. Tra i pazzi ci sono molti pittori, e i loro sgorbi non ci meravigliano più, II maestro non era mai sazio di colori. Spesso li spremeva direttamente sulla tela e lavorava in schere quegl'impasti con una paletta d'acciaio, come scolpisse. Le sue figure nessuno-di noi le capiva. Un centinaio di quadri li buttammo in una soffitia perchè ingombravano. Un medico, il dott. De Crescenzo, si fe' fare un ritratto. A lui piacque molto e anche al pittore. Ma noi altri eravamo troppo ignoranti, e ritenevamo quelle tele imbrogliate, massiccie e incomprensibili. Non capivamo niente, allora ». Guarito e riposato, riparti per Parigi e per Londra. Tornò a Napoli nel 1879, e, dopo un periodo di vita misera e stentata, nel 1883 si stabilì definitivamente a Roma. A Roma fu amato e considerato. Pochi, però, compresero la sua arte capricciosa e traboccante che lo induceva ad aggiungere alla sua tavolozza, già indiavolata di tinte rutilanti, pezzi di stagnola dorata o argentata, pezzi di vetro, di stoffe,con cui otteneva effetti mirabili se visti a distarza. Un giorno Mancini disse ad un osservatore che troppo da vicino scrutava le sue tele: « La pittura ad olio bisogna guardarla da lontano perchè da vicino puzza... ». A chi gli chiedeva il perchè usasse incastonare nei grossi strati di colore buttati sulla tela, si direbbe, con la mestola, i vetri, le stoffe e la stagnola, rispondeva con quel suo sorriso buono ed ingenuo: « Perché colli colori, caro amico, non se po' fa' tutto ». Nella sua ultima attività, egli moderò gli eccessi, raggiungendo di mano in mano una maggiore compostezza ed un equilibrio sempre più nitido. Un discreto benessere regnava nella sua casa, la sua fama si accresceva di giorno in giorno, e le soddisfazioni e i trionfi culminarono con la nomina ad Accademico d'Italia (20 maggio 1929). Nella sua modestiaveramente modesta, non dissimulava la gioia quando doveva indossare la marsina e la feluca, « Andiamo al« Club d'Italia » soleva dire, contento come un bambino "Adesso mi dànno anche uno stipendio, e posseggo il danaro per andare ogni sera al cinematografo". Egli aveva davvero lottato con la miseria. Ma la sua arte era la sua gioia, e, così nella giovinezza come nella virilità, all'arte Mancini tutto voleva e sapeva sacrificare. Non conosceva adattamenti alle mode e alle maniere del tempo; non sapeva praticare il commercio e lo spaccio dei suoi dipinti. Più di una volta aveva barattato un quadro con una tela bianca, e spesso, tenuto dal bisogno, aveva venduto le sue opere per poche lire. La doviziosa produzione del Mancini non può essere esaurientemente catalogata, perchè le sue opere sono numerose e sparse in collezioni italiane e straniere. In circa mezzo secolo di attività le principali esposizioni del suo tempo hanno avuto presente il Mancini con le sue caratteristiche e le sue esuberanze nelle diverse espressioni della tecnica e nei varî atteggiamenti del suo ingegno in continua ricerca del soggetto, del colore e della forma. Alle Internazionali di Venezia ha inviato quadri dall'anno della fondazione all'ultimo della sua vita. Alcune opere fra le più note sono: Ritratto del padre e Ritratto della signora Pantaleoni, nella Galleria d'Arte Moderna di Roma; Lydia e Studio di figura femminile, in quella di Milano; Pagliaccetto e Nudo, nella Galleria « Paolo e Adele MALE Giannoni» di Novara; Mandolinata e La venditrice, nella raccolta Tiberio Beretta di Milano: La modella, in quella del barone Chiarandà a Napoli; Paggio, proprietà dell'ing. Ercole Norsi di Torino; La figlia: del mugnaio; Villa nazionale di Napoli e Mare di Posillipo, nella pinacoteca dell'on. Alberto Gualtieri di Napoli; Il calderaio; Bandito; Madonnina; Giovane prigioniera turca; Ritratto di Tina DuChêne; Toilette; Ritratto del signor Otto Messinger; Ciociaretta; Il cappello di paglia; Pastorella; Lo scugnizzo; Geltrude; Brindisi; Suonatrice; Costume TOCOCÒ; L'innamorata; IL moschettiere; una numnerosa serie di autoritratti, dal tipico sorriso, posseduti in maggior parte da collezionisti privati.

FONTE: A.M. COMANDUCCI

Quotazioni opere d'arte di Antonio Mancini

I bozzetti e gli studi hanno un valore di €500/1000.
Le opere compiute e impegnate possono valere €3000/5000.
Le quotazioni per gli oli più importanti possono essere di oltre €20000.
Il record di vendita del pittore è di €390251 nel 1999.
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